ASSENTIMENTO E VERITÀ
NELL’OPERA DI RENÉ GUÉNON

Autore: Vittorio Parodi

Il testo riprodotto in questa pagina è un estratto dell'articolo pubblicato nel numero 114 della Rivista di Studi Tradizionali.

Il testo integrale, completo delle note, è disponibile con l'acquisto del numero corrispondente della rivista.

... In memoria dello Shaykh ‘Abdel Wâhid Yahyâ, nome assunto da René Guénon in virtù del suo ricollegamento alla tradizione islamica, abbiamo pensato che il settantesimo anniversario della sua morte potesse rappresentare un’occasione per fornire alcuni chiarimenti in merito al carattere propriamente «centrale» della sua opera, qualità che presuppone l’assenza di ipotesi più o meno gratuite, a differenza della quasi totalità delle opere filosofiche o scientifiche, a cui è esclusivamente abituata la mentalità moderna. D’altronde, il termine «anniversarius», che indica «ciò che si rinnova ogni anno» o l’«attributo del giorno che ritorna al compiersi dell’anno», è quanto di più appropriato per indicare il carattere permanente ed incondizionato di un insegnamento valido in ogni tempo, la cui forza intellettuale risiede in ciò che, per usare un’espressione coranica, potremmo definire «un albero benedetto, un olivo né orientale né occidentale, il cui olio sembra illuminare, senza neppure essere toccato dal fuoco»...

...La mentalità necessaria per l’acquisizione di una conoscenza d’ordine iniziatico, «alla formazione della quale contribuisce grandemente l’osservanza dei riti e delle forme esteriori in uso nelle organizzazioni tradizionali», è inconciliabile con «quella specie di infatuazione che è frequentemente causata da un presunto sapere», e che è «in non poche persone, tanto più accentuata quanto maggiormente tale sapere è più elementare, inferiore e incompleto»:
è così che spesso, molti di coloro che manifestano esteriormente una stima nei confronti dell’opera di René Guénon, sono gli stessi che ne contestano la dottrina.

Ora, in questi casi, al di là di una smisurata tendenza alla dissertazione, cioè a discutere con abbondanza di argomenti e particolari eruditi questioni dottrinali difficilmente indagabili mediante procedimenti propri dell’istruzione profana, vi sono una serie di argomentazioni di cui vorremmo dimostrare l’infondatezza. Il fatto di passare sott’ombra la questione assentimento, facendone una sottospecie di «cieco fideismo», è ad esempio una di queste:
anzitutto, va detto che la fede è «qualcosa di profondamente diverso da una semplice “credenza”, contrariamente a quel che pensano troppo spesso gli Occidentali», trattandosi di un elemento tradizionale che «comporta un’adesione ferma ed invariabile dell’intero essere».

Benché sia consuetudine riferirsi ad essa per il riconoscimento di verità d’ordine teologico, ambito in cui non è escluso il coinvolgimento di punti di vista secondari come quello morale e sentimentale, la fede, che in arabo corrisponde alla parola «iman» e in sanscrito alla parola «shraddhâ», implica, nel suo vero senso, la presenza dell’elemento «certezza», essendo, invero, una forma di conoscenza nella quale entra in gioco qualcosa che già oltrepassa il dominio razionale...

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